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Le origini del Plan Cóndor
La repressione in America Latina negli anni ’70: le origini del Plan Cóndor


All’indomani della vittoria della rivoluzione cubana, dell’insuccesso del tentativo statunitense di rovesciare il regime di Fidel Castro e al conseguente pericolo di una diffusione della “minaccia comunista” nell’intero subcontinente, l’amministrazione statunitense iniziò ad elaborare la prime linee-guida per fronteggiare l’ondata rossa. Nel gennaio 1966, alla Conferenza tricontinentale antimperialista di La Habana tra i Paesi dell’Africa, Asia e America Latina, “Che” Guevara nel suo messaggio aveva ammonito che “l’America, il continente dimenticato dalle ultime lotte politiche di liberazione […] avrà un compito molto più grande: la creazione del secondo o terzo Vietnam, o del secondo e terzo Vietnam del mondo. […] Le nostre aspirazioni, in sintesi, sono queste: distruzione dell’imperialismo mediante l’eliminazione del suo baluardo più potente: il dominio imperialista degli Stati Uniti d’America”.

Pochi mesi dopo, Robert McNamara, ministro della Difesa statunitense, presenta la Dottrina della sicurezza e dello sviluppo; un documento in cui elabora una nuova funzione delle Forze armate latinoamericane, che cessano di essere lo strumento di nazioni sovrane, per integrarsi nel programma strategico degli Stati Uniti al fine di controllare -e reprimere- le “ribellioni” di stampo rivoluzionario. Tre anni più tardi, con il famoso Rapporto Rockefeller i regimi militari assurgevano ad una valida alternativa alle democrazie liberali per il rafforzamento dei Paesi latinoamericani. Questa strumentale teoria assegnava alle Forze armate il ruolo di “nation-builder” -quindi non solo più meri difensori della società dallo spettro comunista- in quanto si dichiarava che i paesi emergenti non fossero ancora preparati per adottare un governo democratico: “[…] aprire la porta ogni volta ad una maggiore partecipazione popolare in politica di cittadini analfabeti e insicuri, può facilmente distruggere ogni possibilità di esistenza di un governo ordinato […] E’ necessario un governo forte se si vuole che le società progrediscano”.

Proprio seguendo queste direttive che progressivamente si instaurano nel Cono Sur le dittature militari in Bolivia (1971-1978), Cile (1973-1988), Uruguay (1973-1988) e Argentina (1976-1983) tra le quali si ideò la Operación Cóndor.

E’ a partire dall’inaspettata vittoria della Unidad Popular in Cile che si può far risalire l’origine di un nuovo, sicuramente più ingerente, corso della politica statunitense verso i Paesi latinoamericani. In effetti, dopo la sorpresa socialista cilena e l’adozione delle relative contromisure per frenare un possibile “effetto Cile” con conseguenze politiche nel subcontinente e in Europa (su questo argomento rimando ai circa 16 mila documenti “unclassified” del Department of State, della Cia, del Federal Bureau of Investigation, del Department of Defense, dei National Archives, del National Security Council e del Department of Justice), ci fu subito l’appoggio all’instaurazione della dittatura del generale Hugo Bánzer in Bolivia. Due anni dopo ci sarà il colpo di Stato in Cile, in Uruguay e successivamente in Argentina.

Dalla collaborazione e dalla reciproca integrazione tra questi regimi dittatoriali vengono applicate le complementari strategie della repressione, che hanno come scopo principale quello di eliminare qualsiasi tipo opposizione: politica, economica, culturale e sociale. In questo contesto merita sicuramente particolare attenzione il processo storico-politico argentino che poi è sfociato nel golpe del 24 marzo 1976, che ha instaurato la feroce dittatura fino al 1983. In Argentina sin dai primi anni Settanta era in corso la radicalizzazione dello scontro politico e sociale, che si acutizzò quando dal 1973 il Ministro López Rega diresse, con l’appoggio delle Forze Armate, la Alianza Anticomunista Argentina (nota come la Triple A) avviando la violenta repressione -quindi già diversi anni prima del golpe- contro i simpatizzanti e i militanti di sinistra che produsse circa 5.000 prigionieri politici, oltre alla scomparsa di persone, sequestri e assassini, ecc.

Nell’opinione pubblica dell’epoca predominava la supposizione che l’Argentina vivesse uno stato di violenza generato esclusivamente dallo scontro tra organizzazioni armate di sinistra e di destra, e che, se queste ultime erano appoggiate dal governo, era con il solo scopo di distruggere i gruppi armati di sinistra. La realtà, come emerge da un Rapporto del 1974 di un gruppo di avvocati argentini in esilio, era molto diversa. Solo per citare due dati:

- Circa 200 omicidi commessi, in assoluta impunità, dalle organizzazioni di estrema destra, in alcuni dei quali è provato l’intervento dei funzionari di governo.

- Dall’agosto 1973 furono assassinati almeno 22 attivisti del movimento operaio (delegati, scioperanti, ecc.)

Nuove leggi e decreti ad hoc si articolarono coerentemente con questa violenza: si iniziò con la restaurazione della legislazione repressiva della dittatura militare, si proseguì con la legge di sicurezza che convertì in delitto il diritto di sciopero consacrato dalla Costituzione nazionale, restringendo la libertà di stampa e sancendo il “delitto di opinione”, per culminare con la proclamazione dello stato d’emergenza, che sottometteva la libertà delle persone e il diritto di stampa all’arbitrio della presidenza della Repubblica.

Quasi contemporaneamente, al di là delle Ande, veniva creata la cilena Dirección Nacional de Inteligencia (Dina) che iniziò a lavorare di concerto con la Triple A per sequestrare ed assassinare migliaia di rifugiati politici che fuggivano dal Cile, ed ignari chiedevano asilo in Argentina; in questo contesto venne attuata -come abbiamo descritto nel numero precedente- la Operación Colombo.

Nel luglio 1975, la settima Conferenza bilaterale dei servizi di sicurezza tra Paraguay e Argentina giunse alla conclusione che era necessario coordinare le attività di intelligence tra i due Paesi; così, tre mesi dopo, la Dina organizzò un incontro tra i responsabili militari di Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, nel corso del quale si gettarono le linee di azione della Operación Cóndor, ovvero la raccolta, l’interscambio e la catalogazione di informazioni sui leaders e sui gruppi politici che si opponevano ai regimi dei Paesi del Cono Sur al fine di organizzare operazioni congiunte per la loro eliminazione. Come emerge da uno dei documenti declassificati dal National Security Archive, il consigliere Harry W. Shlaudeman, riferì a Kissinger che le dittature si sentivano assediate dal “marxismo internazionale e dai suoi esponenti terroristi”, e per l’ostilità delle democrazie industriali a comprendere la situazione che dovevano affrontare, i regimi avevano iniziato a coordinare la repressione regionale. In un rapporto dall’emblematico titolo "La Tercera Guerra Mundial en Sudamérica", il funzionario della Cia illustrava i prodromi della “guerra antisubversiva”: “Adesso coordinano attività di intelligence a stretto contatto, operano in territori di altri Paesi con lo scopo di perseguire e catturare i “sovversivi”, e hanno avviato la “Operación Cóndor” per individuare e uccidere i terroristi del Comitato di Coordinamento Rivoluzionario nei propri Paesi e in Europa”.

In effetti la struttura repressiva dei regimi latinoamericani raggiunse un altissimo e feroce grado di efficienza, se pensiamo che, come emerge dal Rapporto della Commissione dei Diritti Umani argentina (del 1990), già a metà degli anni Settanta le forze repressive del Cono Sur controllavano la regione con un saldo di 4 milioni di esiliati in Paesi limitrofi, 50.000 omicidi, almeno 30.000 desaparecidos, 400.000 imprigionati e 3.000 bambini assassinati o scomparsi. Ma l’uso indiscriminato della violenza per diversi anni non riuscì a soffocare l’anelo di libertà e di giustizia dei popoli, tanto che progressivamente, ma inesorabilmente, a partire dagli anni Ottanta tutti i regimi furono incapaci di canalizzare e neutralizzare le pressioni politiche e sociali che rivendicavano il ritorno alla democrazia.



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